SE LA SCRITTURA DIVENTA ARCHITETTURA: IL LABIRINTO BORGES SULL’ISOLA DI SAN GIORGIO A VENEZIA

Architettura
// 7 dicembre 2016


La biblioteca di Babele-Philippe Fassier


” Questo è il labirinto di Creta. Questo è il labirinto di Creta il cui centro fu il Minotauro […] nella cui rete di pietra si persero tante generazioni come Maria Kodama ed io ci perdemmo in quel mattino e seguitiamo a perderci nel tempo, quest’altro labirinto.”

 

Sull’isola di San Giorgio Maggiore, dove  “il sole scavalca la propria immagine dorata[… ] e va a danzare sopra le innumerevoli squame delle piccole onde che increspano la Laguna”, superato il Chiostro del Palladio e il Chiostro dei Cipressi, Venezia concede un’altra occasione all’onirismo e diventa ancora una volta suggestione di un sogno tangibile, dispiegando davanti ai nostri occhi un labirinto.

Così Venezia, in occasione del venticinquennale della sua morte, ha deciso di rendere omaggio a Jorge Luis Borges (1899-1986), lo scrittore sudamericano che la amava profondamente, al punto da tramutarla nel suo immaginario in un labirinto di pietra e di acqua che vive  tanto nella sua matericità quanto nel suo doppio, il riflesso mutevole che è più città della città stessa.

Il labirinto, ispirato al Giardino dei sentieri che si biforcano”, uno dei racconti programmatici della poetica borgesiana, in cui si afferma che la vita è come un libro in quanto intreccio e ramificazione di infiniti possibili futuri, sorge nel cortile della Fondazione Cini, e prende le mosse da un progetto degli anni ’80 dell’architetto inglese Randoll Coate. Costituito da circa 3200 piante di bosso, occupa una superficie di circa  2300 metri quadri e riproduce nei due opposti sensi di lettura il nome dello scrittore e poeta. Un grande libro aperto agli occhi dei visitatori che possono sperimentare un’esperienza immersiva, in cui la letteratura diventa sostanza e materia esperibile. Disseminati lungo il percorso, è possibile trovare i simboli ricorrenti dell’immaginario borgesiano: la tigre, gli specchi, il bastone e un punto di domanda. Inoltre il labirinto è percorso da un corrimano che riporta in braille il testo del racconto ispiratore del progetto. La presenza del corrimano, oltre a rappresentare un punto di collegamento con la vita di Borges, affetto da cecità sin dagli anni ’50, rappresenta un mezzo di orientamento che, come i lettori delle Finzioni e dell’Aleph sanno bene, persuade i visitatori a non fidarsi dell’apparenza di una realtà che è mutevole.

Al di là del corpo fisico che possa essere dato alle visioni dello scrittore, Borges conferma in tutta la sua produzione letteraria un’ attenzione maniacale alla costruzione architettonica degli ambienti, che spesso risulta labirintica ed escheriana e a cui si affianca una costruzione della scrittura che è labirintica essa stessa. La biblioteca di Babele, Funes o della memoria, Abenjacàn il Bojarì ucciso nel suo labirinto, Il giardino dei sentieri che si biforcano, La casa di AsterioneLa morte e la bussola, Tlon,uqbar, orbis tertius, sono solo alcuni dei racconti in cui il tema del dedalo è espresso in tutte le sue accezioni: simmetrico, continuo, riflesso, psicologico, ma sempre con un’approfondita rappresentazione architettonica degli spazi, come nella Biblioteca di Babele o in La morte e la bussola in cui la descrizione della casa in cui si svolge il racconto ricorda da vicino quel tardo Manierismo di cui riecheggiano La Rotonda di Palladio o Villa Giulia del Vignola.

Il tema del Dedalo, oltre ad avere chiare ascendenze mitologiche, che torneranno di nuovo alla mente di Borges in tarda età dopo la sua visita alle rovine del labirinto di Cnosso, deriva da architetture sperimentate quotidianamente dallo scrittore, la pianta di Buenos Aires, quella di Valencia e ancora la Grande Moschea di Cordoba, senza escludere la fascinazione, espressa chiaramente da Borges nel suo saggio su De Quincey, per Piranesi, che come la scrittore lavora su frammenti che lo spettatore/lettore deve ricomporre.

Il tema del labirinto, cosi come altri temi della produzione borgesiana, sono espressione del senso di smarrimento che ha percorso la cultura della prima metà del ‘900 e che molta letteratura ha espresso in maniera magistrale, basti pensare agli scrittori di quella che in Inghilterra viene chiamata “Age of Anxiety”( Virginia Woolf, Henry James, James Joyce) e dall’altra parte dell’oceano,fino al 1914, a T. S. Elliot. Ma, se da un lato la letteratura e l’arte hanno saputo dare voce a questa crisi, dall’altro viene il sospetto che l’architettura, nonostante il periodo prosperi di capolavori, abbia comunque scelto la via più conciliante dell’ordine totalizzante tipico del Razionalismo e del Movimento moderno, e che quella volontà di generare lo spazio della crisi venga fuori solo raramente, un chiaro esempio di questo potrebbe essere il Museo a crescita illimitata di Le Corbusier.

Per trovare una vera architettura della crisi bisogna spostare lo sguardo più avanti fino alle teorizzazioni dell’architettura radicale, e il Monumento Continuo di Superstudio, che nelle sue figurazioni ricorda fortemente il racconto Parabola del Palazzo in cui la realtà totale dell’immenso palazzo descritto coincide col mondo, ne è un chiaro esempio.

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